Lotta alla violenza di genere le istituzioni possono far molto

Lucia Burello da il Quotiduano FVG el 03 ottobre

 

ANGELICA

Sull’aumento dei reati, interviene lo psicologo giuridico Angelica Giancola.

È stato un bel gesto quello dell’Università di Udine: dedicare a Silvia Gobbato un Premio di Laurea a Scienze giuridiche, per la miglior tesi in tema di violenza di genere. Insomma, come rendere pubblica una speranza; quella di vedere, un giorno, una società pronta ad affrontare con le migliori forze in campo, il tragico aumento di delitti efferati.

Diciamo questo perchè la Convenzione di Istanbul, ad esempio, firmata dall’Italia dall’ex ministro Fornero e ratificata recentemente da Camera e Senato, imponeva di affrontare il fenomeno della violenza sulle donne in termini di “problema culturale”. Dunque, incentivando misure strutturali e non solo repressive. Ma tra il dire e il fare, ci passa il mare. Così i provvedimenti adottati, mancando di una organicità che permetta la prevenzione, la protezione delle vittime e il finanziamento a centri qualificati contro la violenza, perdono di efficacia. E questo non soltanto in riferimento al femminicidio, ma anche agli abusi in genere e allo spietato killer detto, bullismo. E questo inferno che adombra e dilaga, certo non risparmia come s’è visto, il Friuli Venezia Giulia.

Ma come è possibile intervenire concretamente?

«C’è un problema sociale, inutile negarlo – spiega Angelica Giancola, criminologo, psicologo giuridico e specializzata in devianza minorile – e sempre più ragazzi soffrono di disagi che, purtroppo, con estrema facilità degenerano in problemi di devianza ed episodi di bullismo. Problemi che stanno, piano piano, toccando tutti quanti».

Ma che fare?

«Prima di tutto non mi stancherò mai di rivolgermi alle famiglie. – spiega la Giancola – Sempre più ragazzi restano parcheggiati all’università per anni o, peggio, nelle loro stanze senza nulla fare. È evidente che le famiglie fanno ben poco per responsabilizzarli, anzi: molto spesso li assecondano, provvedono al loro sostentamento quasi a voler colmare lacune di assenza, o soddisfare un ruolo genitoriale che, anche in questi casi, sottende un disagio. Se a questo aggiungiamo la mancanza di prospettive e futuro imposte dalla società e il “silente” pessimismo che quotidianamente ci bombarda, non stupisce che si possa compiere, come nulla fosse, un reato anche molto grave. Poi mi rivolgo alle figure professionali come la mia, che incito a battersi per creare dei centri dove operare in team multidisciplinari, e garantire dei punti di riferimento per le famiglie, perché noi tutti sappiamo che se un ragazzino problematico non viene aiutato entro i 14 anni, è dimostrato che dai 14 ai 24 anni può collezionare anche quattro condanne penali. E una volta che questo atteggiamento deviante scatta nel reato, è già troppo tardi. Senza considerare che i carceri di oggi non sono certo rieducativi, ma con i problemi di tagli e sovraffollamento sono veri e propri inferni. Sono necessari, ad esempio, dei seminari rivolti ai genitori dove li si aiuti a capire quando un atteggiamento è deviante e quando rientra nella normalità. E a questo punto mi rivolgo alle scuole, perché è a partire dall’età scolare che si deve intervenire. E se gli insegnanti notano dei comportamenti anomali, devono assolutamente farli emergere informando famiglie ed esperti. La collaborazione tra casa e scuola dovrebbe essere fuori discussione».

E in ultima analisi, a chi è d’obbligo rivolgersi?

«Personalmente mi sto battendo affinché ci sia formazione. Benvenga il protocollo firmato che richiede, in caso di arresti per violenza di genere, l’ausilio di un “tecnico competente”, ma molto spesso questa preparazione manca. È fondamentale, infatti, che in casi particolari, carabinieri, polizia, medici, e addetti ai lavori sappiano fornire la giusta “accoglienza”. E, infine, mi rivolgo alla Regione. Le famiglie spesso non hanno soldi per permettersi gli aiuti. Ritengo, dunque, che l’istituzione incaricata di tutelare al meglio il futuro del territorio, dovrebbe non pensarci due volte nell’erogare fondi per facilitare la nascita di centri specializzati. I laboratori delle vittime di bullismo, per esempio, nel resto d’Italia hanno presenze da record. Se manca questa sensibilità, allora sarà difficilissimo contenere il problema, e ci ritroveremo in una società costellata sempre più di reati».

E a quel punto, essere considerati una terra di spazzacamini, certo sarà il male minore.

 

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